Tra passato e futuro: Millennium con la penna di David Lagercrantz (volumi 4 e 5)

Sono tornata? Non lo so, ma forse non ha importanza; questa doppia recensione è il mio personale regalo di Natale. Sarà che ho letto a distanza di poco tempo i due volumi in questione, sarà che volevo parlarne, sarà che tutto sommato a Natale si è più buoni – lo si è davvero? Mi piace pensarlo – e quindi mi sono decisa a regalarmi queste parole.

Facciamo però alcune opportune premesse, anche per entrare nel discorso.
1) Se non avete letto i tre volumi di Millennium scritti da Stieg Larsson ovvero Uomini che odiano le donneLa ragazza che giocava col fuocoLa regina dei castelli di carta forse non avrà molto senso quello che dirò. Vi consiglio di farlo dapprima, perché per parlare di Quello che non uccide L’uomo che inseguiva la sua ombra c’è bisogno di conoscere la saga di Millennium, mentre se lo avete fatto allora non ci sono problemi.
2) Stieg Larsson morì nel 2004, e i suoi volumi sono stati pubblicati postumi. Hanno avuto un grande successo, ma con la sua morte sono stati inevitabili dei retroscena riguardo una possibile continuazione della saga (perché di saga si parla, l’idea era quella da sempre, dieci libri a quanto pare). La querelle in poche parole è questa:  la compagna di una vita di Larsson, Eva Gabrielsson, non avrebbe voluto che la saga di Millennium continuasse dopo la morte dello scrittore, ma non essendo sposati e non essendoci un testamento, i diritti legali di Larsson sono stai divisi tra suo padre e suo fratello che invece hanno disposto diversamente. Hanno scelto quindi David Lagercrantz come successore.

Estendiamo questa parentesi. Da quello che si sapeva (e sapevo anche io, lo ammetto) su Lagercrantz illo tempore ovvero che il suo libro più famoso è la controversa biografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic, non essendo il mio genere, non avevo appigli e voglia ad avvicinarmi a questo scrittore. Non sapevo nemmeno che avesse scritto romanzi d’inchiesta su casi di cronaca nera svedesi o romanzi o biografie di inventori e scienziati, l’ho scoperto dopo.

Ho aspettato molto anche solo per comprare il quarto libro e ho scoperto che, grazie al successo del primo libro di Millennium scritto da lui, Quello che non uccide, in Italia era stato pubblicato anche La caduta di un uomo, una biografia di Alan Turing narrata sottoforma di romanzo storico – quindi che mescola volutamente fatti reali, immaginari e verosimili – secondo uno stile che va a metà tra l’indagine poliziesca, la biografia e l’inchiesta giornalistica: uno stile che, nemmeno a farlo apposta, forse Mikael Blomkvist avrebbe approvato e chissà, magari usato anche lui se avesse scritto di Turing su un numero speciale romanzato del suo Millennium. Apprezzando molto la figura di Turing e non avendo mai digerito la resa del film The imitation game, ecco qual è stato il primo libro di Lagercrantz che ho letto. Mi è piaciuto e forse è per questo che da lì mi sono decisa a prendere il quarto di Millennium, mentre il quinto è stato un regalo in anticipo per questo Natale.

Il mio dubbio più grande – al di là del “chissà come si svilupperà la trama?” che era maggiormente una curiosità visto che Larsson ha lasciato poco quanto nulla sulla continua – era una paura: avevo paura che le personalità dei personaggi che avevo amato sin da adolescente e a ogni rilettura fossero state distorte, che non avrei avuto più davanti i Lisbeth e Mikael che conoscevo. Avendo letto qualcos’altro di Lagercrantz non avevo più il pregiudizio iniziale, ma questo timore c’era. Sulla caratterizzazione dei personaggi sono molto, molto severa, specie se mi hanno lasciato qualcosa come lettrice e come persona. Lisbeth e Mikael sono stati tracciati in modo preciso, sono personaggi complessi che a mio avviso avrebbero dato poco spazio a errori di interpretazione, con tutto che il rischio era concreto, con la conseguenza che anche la saga perdesse di valore, risultando spersonalizzata.

Nella mia piccola esperienza di fanwriter, quindi di autrice che si diletta a scrivere storie su opere che ama non a scopo di lucro, so bene che è una sfida – impegnativa, ma di gran lunga interessante e stimolante – attenersi al carattere dei personaggi, senza snaturarli, come anche rendere una trama coerente e coesa con essi, muovendoli proprio come farebbe il creatore. Può riuscire bene come anche no, tutto sta alla bravura di chi scrive. In quest’ottica Lagercrantz non è tanto diverso da un fanwriter, con la differenza che le sue opere sono da considerarsi canoniche nella saga quindi una valida continua della stessa.

Il rischio più grande di questi nuovi romanzi, specie il quarto, era quello di avere o una semplice imitazione di Larsson oppure di ritrovarci una narrazione del tutto nuova che non aveva continuità con quanto narrato in precedenza. Riprendere da dove eravamo rimasti non è facile.

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Quello che non uccide, romanzo più breve dei suoi predecessori (siamo sulle cinquecento pagine), si apre con un’ambientazione tra Svezia e Stati Uniti, dove ci vengono presentati personaggi nuovi, ma con un incedere di narrazione che sembra non avere una direzione precisa in quanto i fatti presentati non solo sono nuovi, quindi sconosciuti anche ai lettori di vecchia data, ma sono dettagliati.

Questo agli occhi di chi legge può tradursi in due pensieri:

  • Sono concetti che ci ritorneranno utili successivamente? E qui ci si può solo augurare che sia così perché per quanto la storia parta con lentezza ha il giusto potenziale per essere sia misteriosa sia avvincente date le premesse;
  • Siamo davanti a una storia che perderà il connotato del giallo scandinavo e andrà a finire sull’azione che contraddistingue il thriller statunitense?

L’inizio del romanzo non colpisce per ritmo, per la capacità di indurre curiosità e nel momento in cui ci ritroviamo davanti un Mikael Blomkvist stranamente demotivato, stanco dell’attività giornalistica e sfiduciato per il futuro della rivista Millennium che nel frattempo è entrata sotto l’influenza di un importante gruppo editoriale ci sembra di essere catapultati in una realtà a noi non nota, che spiazza. Eppure questo nuovo lato di Mikael mi ha lasciato presagire qualcosa di positivo, anche perché i personaggi nel corso del tempo non restano sempre gli stessi, statici e, nel bene e nel male, vivere o subire un’evoluzione è importante, anche per vedere come essi diventeranno e se saranno tutto sommato coerenti.

Mikael intuisce un’occasione di riscatto nel momento in cui Frans Balder, genio della fisica quantistica e dell’informatica, lo chiama perché vuole rivelargli dichiarazioni scottanti e si convince a incontrarlo quando scopre che Balder ha conosciuto recentemente Lisbeth Salander, di cui lui non aveva notizie da un bel pezzo. Balder stava lavorando a una ricerca molto importante sulle intelligenze artificiali e ci sono persone che desiderano impossessarsi dei risultati sia per quello che valgono sia perché hanno già in mente delle modalità di uso per le intelligenze artificiali. E ci saranno due intelligenze che a loro volta concorreranno a capire questi risultati: quella di Lisbeth e quella di August, il figlio autistico di Balder, che è in pericolo per aver assistito a un omicidio.

Se c’è una cosa che pare certa è che Lagercrantz ama scrivere di geni matematici e dell’informatica, personaggi anche sopra le righe, come ha anche ammesso direttamente. Ho apprezzato particolarmente i temi su cui si sviluppa l’intrigo della storia: l’autismo, l’informatica, l’intelligenza artificiale, la matematica, la violenza sulle donne… sono tutti elementi che definiscono bene l’argomento su cui si vuole discutere nonché attuali.

Larsson aveva sempre inserito nei romanzi elementi che portano in un certo modo a far riflettere, perché vicini alla realtà quotidiana a livello sociologico e in questo caso si danno input sui rischi provocati dal superamento di qualsiasi limite – etico, legislativo, morale – nell’uso dello spionaggio informatico, della sicurezza degli stati che si avvale sempre più di intercettazioni, forme di controllo e le informazioni (politiche, economiche, di qualunque tipo) diventano merci di scambio tra le parti.

Questo ha comportato un allontanamento nelle descrizioni di scene di violenza che avevamo nei precedenti libri nella saga, ma come Lagercrantz stesso ha affermato, è stato un modo per restare fedele sia al compianto Larsson sia a se stesso: ha parlato di violenza dandone un connotato particolare, uno più intellettuale, che sa essere subdolo e meschino, e proprio perché meno visibile rispetto a quella fisica ha una certa pericolosità spesso sottovalutata. La ricerca di giustizia sociale, tanto cara a Larsson, è presente e viva, come anche il quadro degli elementi su cui si vuole indagare è realistico e approfondito.

Le informazioni che si vogliono scoprire grazie allo spionaggio informatico sono poi legate al passato di Lisbeth e apparirà anche… non faccio spoiler.

Andando avanti nella lettura la lentezza iniziale che poteva esser vista anche come paura nei confronti del predecessiore si perde e la narrazione ingrana, i personaggi e la trama funzionano, e tornano alla ribalta anche alcuni a noi già noti come Erika Berger, il commissario Bublanski e Holger Palmgren oltre proprio i nostri protagonisti che ritroviamo simili a prima, quindi con delle differenze. A partire dal fatto che Mikael si trova a essere più spettatore degli eventi e non cacciatore di assalto col suo giornalismo mentre Lisbeth è più protagonista che mai oltre che una persona che si scopre, pur restando sempre ritrosa e sulle sue, protettiva, come si vede nei confronti di August oltre che amante della giustizia.

Se dovessimo fare un confronto con un classico che ha aperto la strada al giallo, Lisbeth può essere associata con Sherlock Holmes laddove Mikael è John Watson e in questo quarto capitolo la cosa appare più lampante che mai (già si notava che Lisbeth diventava sempre più protagonista, quindi potrebbe essere un risvolto molto naturale) e risultano essere personaggi sempre affascinanti, perché la guida della loro condotta resta nel modo più assoluto il senso di giustizia che ha caratterizzato la loro intera vita e non sono nuovi a rischiare di passare dalla parte del torto per far sì che essa trionfi.

Il romanzo presenta dei capitoli che si articolano su brevi intermezzi temporali che risultano incalzanti nella lettura, avvincenti, e le interruzioni delle sequenze narrative spingono ad accelerare la lettura acuendo al contempo il climax della storia. A differenza dei romanzi precedenti però –specie il primo – lo scenario qui è più ampio e allargandosi a parlare della sicurezza degli Stati Uniti viene a perdersi un attimo la concentrazione della narrazione sulla realtà e sulla società svedese che aveva contraddistinto la storia sinora, mentre il ritmo più rapido le dà una commistione di spy story laddove prima era un giallo con connotati di noir.

Un romanzo perfetto, dunque? Assolutamente no, sarebbe disonesto da parte mia affermare il contrario. Vi sono molte digressioni matematiche, tra cui concetti sui numeri primi, fattorizzazione, scomposizioni e, visti nell’ottica che questa riesce a essere il linguaggio di August – nonché la spiegazione sugli stessi savant – che gli permette di comunicare con Lisbeth riescono a essere perdonabili, mentre il linguaggio troppo tecnico, spiegazioni molto precise sull’informatica e sul linguaggio degli hacker possono risultare pesanti, per quanto però, dato che Lisbeth diventa maggiormente protagonista delle vicende – e dell’intrigo – può essere del tutto giustificato. Del resto, facendo riferimento alla trilogia di Larsson, noi conoscevamo poche cose della sua attività di hacker, come il nome del software creato da Lisbeth per controllare i computer di chi voleva “sorvegliare” – asphyxia – mentre le sue indagini restavano comunque secondarie; adesso invece diventano più importanti e presenti.

Resta sicuramente un merito che Lagercrantz abbia voluto informarsi sull’hacking, cosa sia e come funzioni, perché a conti fatti noi come spettatori vediamo sempre le solite mosse al computer, le schermate in bianco e nero delle parti in questione e in pochi secondi è fatta: abbastanza irrealistico, non trovate?

Questo romanzo però non era la sfida di David Lagercrantz: la vera prova del nove si sarebbe avuta con il quinto volume. E questo capitolo sarà al cinema nel 2018, con Fede Álvarez alla regia e Claire Foy nei panni di Lisbeth.

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Dopo due anni – il 2017 ormai terminato – è arrivato nelle librerie L’uomo che inseguiva la sua ombra, romanzo che segna il vero e proprio ingresso di Lagercrantz nelle fila della storia. Se Quello che non uccide poteva essere visto come un ponte tra il passato e quello che sarebbe diventato il futuro di Millennium, anche per non disorientare i lettori, ecco qui che il futuro è già giunto, diventando il presente.

Anche qui siamo sulle cinquecento pagine e, come per il volume precedente non abbiamo molte sottotrame rispetto ai romanzi di Larsson (che erano anche più corposi a livello di numero di pagine sebbene come ne La regina dei castelli di carta anche là le prime cento pagine… parevano incartarsi, se mi permettete il gioco di parole), ma la storia risulta coerente e coesa, la trama si sviluppa bene.

Ritorna in maniera più presente l’ambientazione svedese: i luoghi in cui i personaggi si muovono, parlano e agiscono sono ben tratteggiati e pare essere direttamente assieme a essi, per quanto anche questa volta abbiamo uno sviluppo parallelo della storia in luoghi diversi. In questo romanzo lo si nota maggiormente nei flashback.

Più che mai in questo libro è Lisbeth la protagonista assoluta della storia e si ritrova in un carcere di massima sicurezza per scontare una breve condanna – se avete letto Quello che non uccide sapete perché lei è qui – e all’interno della struttura tutto ruota attorno a una detenuta, Benito (sì, si fa chiamare così perché per le sue ideologie politiche osanna LVI), che si permette si spadroneggiare sul prossimo giacché chi dovrebbe garantire ordine e giustizia non lo fa. La vittima di Benito è Faria Kazi, una ragazza del Bangladesh che vive in Svezia da tanto tempo e Lisbeth farà di tutto per aiutarla.

Questo gesto permetterà a Lisbeth di accedere a un computer in carcere da dove comincia una serie di ricerche dopo la visita ricevuta dal suo vecchio tutore Holger Palmgren che innesca una serie di vicissitudini, non senza conoscere nuove informazioni che potrebbero aiutarla a conoscere nuovi tasselli della sua infanzia tormentata. Assieme al valido aiuto di Mikael scoprirà un elenco e l’esistenza di un Registro per lo studio della genetica e dell’ambiente, nonché il ricordo di una donna che aveva una voglia rossa sul collo.

Anche qui abbiamo dei temi sociali, tra cui la corruzione nelle carceri, l’andamento della Borsa e le conseguenze sulla società, l’immigrazione e la vita di una ragazza in una famiglia di religione islamica molto chiusa e intransigente, esperimenti al limite dell’etica e della morale giustificati per la scienza, nonché vite vissute a metà, gemelli scomparsi, rapporti da ricostruire, che sono argomenti che portano all’interno della narrazione anche un connotato sentimentale che non risulta affatto stucchevole o fuori contesto. Non posso dire di più però.

Purtroppo però alcune digressioni nella narrazioni, che rimandano ad avvenimenti accaduti negli scorsi romanzi, in stile “se non ti ricordi ti faccio un piccolo sommario”, forse per i nuovi lettori che partono dal quinto volume (può capitare), appesantiscono la narrazione e di tanto in tanto mi hanno fatto innervosire.

Al contrario, le dissertazioni scientifiche (specie su una questione in particolare) non mi hanno infastidita, forse perché sapevo che ci sarebbero state, memore del quarto volume, oppure perché sono una mia particolare debolezza, come anche le citazioni musicali di brani particolari che non stonano affatto né nel contesto né per quello che significa la musica in sé per due personaggi che hanno molto da dire nella sottotrama che si incastra in quella principale. Se in Quello che non uccide c’era il dettaglio di personaggi che leggevano alcuni libri che venivano nominati e mi aveva fatto impazzire, anche qui il dettaglio musicale (che è un’altra mia passione, è per questo che ho scelto di dire entrambe le cose una volta sola) mi è piaciuto molto, specie perché sono titoli che si associano bene ai personaggi in questione, sia per il loro mestiere o per gli hobby che hanno come anche il modo di vivere su di loro quella data passione.

Non per nulla abbiamo Mikael Blomkvist che legge Elizabeth George (refuso: la scrittrice non è inglese, ma americana), una giallista, mentre lui è stato di per sé soprannominato Kalle Blomkvist dopo che ha scoperto alcuni retroscena grazie a una sua inchiesta, proprio come se fosse un detective privato, come anche sapere che ha deciso di diventare giornalista dopo che ha visto per la prima volta da bambino Tutti gli uomini del presidente sono dei dettagli che caratterizzano meglio i personaggi e li rendono più vicini a noi, più umani.

Il tema dei gemelli scomparsi porterà a conoscere due personaggi – non dico altro – a scapito di altri che in questo caso sono se non dei comprimari quasi più delle comparse, a eccezione forse di Erika Berger che si vedrà in una data veste (che personalmente non mi aspettavo), mentre la coppia d’oro è presente e ben oliata.

Come dicevo prima, Lisbeth è in questo capitolo della saga al centro delle vicende più che mai e nel suo modo di indagare anche abbastanza action – facendo riferimento alla maggiore azione in tal senso delle storie di spionaggio come detto per Quello che non uccide – si scoprono nuovi dettagli della sua vita, come l’origine del suo tatuaggio sulla schiena, l’enorme drago o perché si fa chiamare Wasp e cosa rappresenta per lei il mondo in cui si è rifugiata da piccina.

È un’eroina fuori dagli schemi e dagli stereotipi, dotata di una viva intelligenza, che ha avuto un passato difficile e che, per quanto vittima, ha saputo reagire e  sconfiggere – se non tutti al momento almeno quelli che le sono parati davanti – i demoni che ha incontrato. È un personaggio che ha sé molto da dire e che è in costante evoluzione, per quanto resta sempre spinta dalla giustizia, che vive a modo suo, a stretto contatto con un febbrile stato ansioso di vendetta, per quella sua primigenia intolleranza alle ingiustizie, ritrovandosi a essere una stessa cosa.
Del resto, Lisbeth è molto chiara: prima si scopre la verità, poi ci si può vendicare. E in questa faccenda ha – se lo vediamo nella sua ottica – tutte le ragioni per volersi vendicare.

E non dico altro, perché credo di essermi dilungata troppo. Spero di avervi invogliati a saperne di più, di avervi solo incuriositi per dare una chance allo scrittore e ai romanzi, come anche di parlarne assieme se li avete già letti. Ne approfitto (visto che è il trenta dicembre) per farvi gli auguri per un buon 2018.
Ci rivedremo su questi lidi? Chissà.

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Parlando de “La Bella e la Bestia”, il live action

Sono andata al cinema a vedere La Bella e la Bestia, il live action. Quello che vi presenterò è l’insieme di tutto quello che ho pensato sia dopo la visione del film sia dopo aver chiacchierato coi miei contatti su Facebook, che mi hanno dato ulteriori spunti di riflessione e mi piacerebbe proporveli, assieme al mio sproloquio.

Voglio fare due premesse molto importanti, con tutto che una dovrebbe esser molto chiara a prescindere di tutto:

  • SPOILER: parlerò delle variazioni tra film di animazione e live action, quindi siete avvisati. Personalmente non reputo le variazioni come spoiler, però se volete andarlo a vedere non sapendo nulla di quello che dirò più sotto non leggete dopo la locandina del film che farà da divisorio per il post. Volendo vedete prima il film e poi leggete e ne discutiamo;
  • Non tollererò nessuna ‒ e dico nessuna ‒ frase del tipo “sei arida” e soprattutto “non capisci un cazzo”: io esporrò quello che ho pensato nel miglior modo possibile, il che implica che sarò educata e civile. In sede di eventuale discussione pretendo la stessa cosa dall’altra parte. Non transigo. Lo dico spesso e mi ripeto, però l’educazione e il rispetto sono la prima cosa e non avendone trovata molta on-line preferisco essere chiara ‒ e anche un po’ paranoica ‒ prima mettendo i puntini sulle i.

Premesso ciò… Je suis prête, allons-y!*

La prima cosa che vi voglio dire è cos’è un live action, perché avrei anche una domanda da porvi.

Il live action è un film rifacimento/adattamento di un film animato/videogioco/fumetto con attori “In carne e ossa”, e questa dicitura la si usa maggiormente in contrapposizione se il prodotto di partenza è un film di animazione. Si usa anche per un film realizzato a metà strada ovvero usando sia l’animazione sia l’azione dal vero.

I live action riprendono la storia dell’opera originale e possono apportare eventuali cambiamenti alla narrazione aggiungendo qualcosa o arricchendola con questo e quello oppure può voler essere fedele quanto più possibile al prodotto del medium iniziale.

Una domanda che spesso si fa a tal proposito è: “se il live action è uguale ‒ o quasi ‒ perché non si va a rivedere direttamente il film di animazione?”. Cosa ne pensate voi?

Un live action è un prodotto essenzialmente di intrattenimento che ha lo scopo di marciare sull’effetto nostalgia che i fan del film di partenza possono provare e che sarebbero invogliati a vederlo già per questa ragione; è anche un modo per svecchiare un film di alcuni anni prima e che in questa nuova veste potrebbe portare nuovi fan. Business? Sicuramente, ed essendo il cinema dapprima un’industria è del tutto legittimo farlo; i soldi che porterebbero nelle casse questi film possono aiutare a produrre altri film, che hanno comunque dei costi. Il fatto che poi sia un film di intrattenimento non vuol dire che sarà necessariamente un prodotto di bassa qualità, anzi, quindi se il prodotto riesce si può essere anche contenti di averlo visto. Nel caso della Disney ci tengono particolarmente, non vogliono creare ciofeche. Io ho molto apprezzato Il libro della giungla uscito lo scorso anno e Cenerentola, in cui hanno inserito alcuni elementi di modernità (senza andare troppo lontano dalla storia di partenza) che ho molto gradito. Il mio preferito in assoluto sinora è: La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera.

E adesso iniziamo a parlare del film vero e proprio.

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ATTENZIONE: non leggete sotto se non volete sapere nulla del film!

La prima cosa che voglio dire è che avevo pensato di non vedere proprio il film, almeno non in questo momento, sempre per la filosofia “facciamo passare la febbre e poi lo vedo io”, come anche di non vederlo affatto. Tra le varie ragioni per cui ho deciso però di vederlo è proprio uno dei messaggi che aveva il film di animazione: bisogna conoscere per abbattere i pregiudizi, e quindi sono andata al cinema.

Nel live action, trattandosi di un musical, troviamo delle aggiunte come alcune canzoni del musical e alcune canzoni create per l’occasione ex novo e ovviamente i brani originali composti da Alan Menken. Allo stesso modo sono state aggiunte delle scene nuove, come proprio l’inizio, che vede la trasformazione del principe in bestia dopo l’incontro della fata che non viene narrato visivamente dalle immagini nelle vetrate, ma abbiamo l’avvenimento “in diretta” oppure una scena con Agata (la fata) e Maurice, per dirne alcune o anche delle scene che si rifanno alla fiaba, come il rimando alla rosa che chiede Belle al padre ogni volta che viaggia.

La Bella e la Bestia quello del 1991 è un film di animazione che tutto sommato mi piace; non è il mio preferito** ma l’ho sempre visto ben volentieri. Il live action però non mi è piaciuto.

Se dovessi usare una sola parola per parlare di questo film sarebbe MEH. Riduttivo, mi rendo conto, ma effettivamente è la parola che ho detto più spesso tra me e me. Da come lo avevano pubblicizzato mi aspettavo molto, ma molto di più e la sensazione di MEH a fine film era acuita. Andiamo nel dettaglio.

Prima di tutto vi dico le tre cose belle:

Maurice: cosa vuoi dire a Kevin Kline? Nulla! Lui è uno degli attori che più adoro, sin da quando lo conobbi vedendo “Il club degli imperatori”. Le scene con lui sono le più belle, è stato un Maurice dolcissimo, a tratti svampito e a tratti saggio. Mi è piaciuto tantissimo e ho apprezzato che sia comparso più del Maurice del film di animazione, ottenendo quindi più risalto;

Fabrizio Pucci che dava la voce al clavicembalo, Maestro Cadenza. Lui è la voce di Hugh Jackman in molti film, che aveva interpretato Gaston prima di Luke Evans a Broadway. Ho apprezzato questa cosa per puro rimando, quindi lascia il tempo che trova, ma per onestà lo dico.

Questo si associa subito a una cosa per cui dico “peccato”, peccato non averlo visto in lingua originale per via del cast di doppiatori: tra i tanti abbiamo  Emma Thompson (Mrs. Bric), Ewan McGregor (Lumière), Ian McKellen (Tockins), Stanley Tucci (Maestro Cadenza).

La faccenda dell’incantesimo iniziale: molto coerente e più tragico del cartone, abbiamo la spiegazione al motivo per cui nessuno si ricorda del castello (la fata fa perdere la memoria agli abitanti del villaggio e tramite l’incantesimo isola anche il castello stesso a livelo fisico) e dei suoi abitanti e ho apprezzato che qui a mano a mano che la rosa appassisce gli abitanti del castello diventano più oggetti e meno umani, perdendo proprio la loro vita, e il castello cade sempre più a pezzi a ogni petalo caduto. Bella pensata, molto apprezzata.

Le cose nì:

I costumi: senza infamia e senza lodi, non sono spettacolari, ma la capigliatura del principe mi fa urlare per l’orrore giacché, se proprio si vuol fare i precisini, andavi di parrucca settecentesca e bona lì. E qua ho un dubbio: è una fiaba, quindi l’esattezza storica può andare a farsi un bagno, no? Sì. Allora perché avete lasciato acconciature molto semplici a Belle e non al principe? La sua è proprio brutta. I colori degli abiti non sono molto vivi, specie quelli del ballo finale (tutti vestiti di bianco? Che tristezza) e non lasciano il segno. Se faccio riferimento al Costume, quello famoso con la lettera maiuscola, allora siamo nel no.

LeFou/LeTont, di cui vi parlerò per ultimo.

Adesso tutto il resto, che per me è NO.

L’introduzione, recitata da Vittoria Puccini. Amando leggere ad alta voce, con un tono adatto alla narrazione, apprezzando molto gli audiolibri, se mi trovo davanti a delle introduzioni recitate con espressione, in qualsiasi media proposto, mi si conquista, perché il mio cuore si scioglie e si lascia catturare dal timbro, dal tono e anche dalle parole. Qui non ho avvertito espressività, mi sembrava più una lettura piatta, di quelle che fai a scuola per forza senza sentimento, e ci sono rimasta molto male.

I tempi nella storia. Ho percepito stacchi nel montaggio e stacchi temporali che, per quanto in una fiaba lo scorrere del tempo non sia definito spesso qui non è molto chiaro. I tempi sono gestiti male, con tutto che dura di più rispetto al film di partenza; sono stati aggiunti dei dialoghi, ma se lo si dice male, con un tempo non ottimale, appaiono come un “allunga brodo”.

CGI. Chi ne sa più di me (non ho mai detto di essere una laureata in critica cinematografica) potrà bellamente smentirmi adducendo spiegazioni oggettive al riguardo, ma io l’ho trovata imbarazzante. La bestia non mi ha spaventato molto; è pur vero che quella del film di animazione non la si trova brutta col tempo, ma almeno all’inizio, quando appare, incute timore, e questo non avviene nemmeno nella famosa scena dell’ala ovest, dove sembra più stizzito che adirato. Non mi è piaciuta nemmeno la sua resa grafica: mi sembrava più un personaggio qunari di Dragon Age Inquisition volutamente fatto bruttarello con qualche mod per l’occasione in game. E a tratti la mascella andava da una parte e la mandibola dall’altra e nei movimenti non mi sembrava abbastanza fluido. I servitori resi oggetti mi hanno inquietata sinceramente, e non fatto tenerezza. Il castello ha l’aspetto gotico, come quello originale, ma qua perde di smalto, a mio avviso.

La magia di certe scene non pervenuta: la scena della biblioteca, quella della sala da ballo e quella della trasformazione nel cartone sono magiche, e ancora oggi, a 25 anni, se rivedo il film le amo, mi viene il batticuore. Sono le mie scene preferite e posso figurarmele nella mente ed emozionarmi anche solo chiudendo gli occhi. Qui, queste scene in particolare sono state rese tutto di fretta, e mi è sembrato tutto oscuro, triste. La biblioteca viene inquadrata in un istante e nemmeno del tutto, la scena del ballo viene liquidata in pochi istanti e mi aspettavo un gioco di luci che mi avrebbe fatto sognare, come anche un’esplosione di colori quando la bestia torna in vita e ritorna uomo. Il film dura di più rispetto a quello di animazione e le cose in cui forse l’effetto nostalgia avrebbe vinto a mani basse sono rese in due attimi. In questo caso dico “dilusione di diludendo”. Si potrà replicare dicendo “ma non deve essere tutto uguale al fim” e vi dirò “avete ragione”, ma diciamocelo, chi non ha sognato di vedere la biblioteca della bestia almeno una volta nella vita, reale, su grande schermo? E poi la vedi un attimo solo? Forse avevo aspettative troppo alte.

I costumi. L’abito del ballo di Belle, che ho trovato orrendo, ma proprio in generale. Posso capire la filosofia del mantenere la semplicità di Belle, ci sta, ma questo vestito è proprio triste, sciatto, e fa urlare “ma che poraccitudine!” da tutti i pori. Sembra più un abito per carnevale fatto alla buona con le poche risorse che hai a disposizione che non un abito per il ballo, con un colore orrendo. Va bene che il giallo canarino sembra esser di moda, quest’anno, ma il vestito giallo oro della Belle del ’91 vince. Bocciatissimo questo del live action.

Belle. Facciamo un’altra premessa: so bene che molti adorano Emma Watson, lo so. Siete cresciuti con Harry Potter (io non posso mettermi in mezzo perché non è la saga con cui sono cresciuta quindi non ha senso), la adorate anche per questo, la adorate come attrice, la trovate bella, la adorate per quello che fa a livello umanitario. Tutto giusto e tutto legittimo. Io separo molto le cose, di netto: apprezzo il suo impegno come attivista e la trovo un cupcake nelle interviste, non l’ho mai negato, ma a livello attoriale sinceramente mi fa cascare le braccia. Già col passare del tempo nei vari film di Harry Potter mi era sembrato che fosse più Hermione Granger a interpretare Emma Watson e non il viceversa, e qui la stessa cosa, era Belle che interpretava Emma e non mi è proprio garbata come cosa. Quando recita ha la stessa faccia e se ha delle espressioni sono in un range molto limitato. L’ho notato anche in “Noi siamo infinito”, “Bling Ring” e “Noah”, quindi non sono partita prevenuta, i film li ho visti perché penso che si possa sempre migliorare come attori. Lo ha fatto Kristen Stewart in “Sils Maria” e “Still Alice”, lo sta facendo Katherine McNamara in “Shadowhunters”, quindi possono farlo tutti secondo me. Qui sembrava fosse o sempre spaventata o con un sorriso molto tirato. Nel caso di Belle erano tante smorfie, il labbro superiore sempre arricciato in stile “ma che schifo” che, se quando respinge Gaston va bene, per tutto il resto del film anche no. Belle è un personaggio che tutto sommato, anche se non è il mio film di animazione Disney preferito, mi piace, ma non mi è piaciuta la sua resa. Avrei preferito un’altra attrice per Belle già esteticamente perché non ce l’ho mai vista per Belle (una Belle papabile, al di là dell’età, per me è sempre stata Natalie Portman o anche Daisy Ridley) e quest’ultima considerazione è del tutto opinabile, perché per me Emma bella non è, ma non mi sono lasciata comunque fermare e ho visto il film. La recitazione che non mi ha convinto supera questa cosa ed è del tutto lontana dalla mia considerazione estetica. Il fatto che poi non canti nemmeno nel film fa chiedere perché sia stata scelta lei. La ragione che mi viene in mente è il fatto che “tira” perché è molto apprezzata dai giovanissimi, e dai fan che sono cresciuti sia con la Disney oltre che con Harry Potter oltre al fatto che è la sua principessa preferita se non erro e che abbia voluto proprio partecipare in prima persona al film (ha rifiutato La La Land per parteciparvi, correggetemi se sbaglio).

Parlando propriamente del personaggio di Belle non ho molto apprezzato alcune cose in particolare: nella prima canzone dice “È dal giorno in cui arrivammo/che mio padre ed io pensammo/questo posto è provinciale” e subito dopo il popolino dice “guarda noi dall’alto in basso” e dopo “è altezzosa”. Adesso, so che l’adattamento è quello che è ‒ adattato al labiale ‒ e non è questo su cui voglio discutere, ma sulle parole usate. Nella versione inglese del film di animazione, Belle dice: “Ev’ry morning just the same/Since the morning that we came/To this poor provincial town” quindi lei per prima pensa che il villaggio sia provinciale con tanto i trogloditi e la gente gretta, e ascoltando la canzone è solo un’affermazione, che nel complesso ci può stare, anche perché lei veniva da Parigi, la capitale, anche se la traduzione italiana la trovo “più pesante” rispetto alla versione inglese, ma questa è una mia percezione. Sono le parole del popolo che ti fan venir da dire a Belle: ma tu chi cavolo sei? Belle è il simbolo dello spirito intelligente, della persona che non si lascia andare a giudizi e pregiudizi, perché adesso ce li ritroviamo? Lo trovo uno scivolone pazzesco. Fa tanto “sono uno special snowflake” in stile molto Tamblah e lei diventa quella che giudica, in stile non è giusto che si giudichi, non giudicatemi, però io posso farlo.

Mi è stato fatto notare che questa cosa la si può vedere anche da un altro punto di vista: anche la Belle del film di animazione nella scena del Bonjour! può esser vista come un’arrogante a cui non piace il paesello e i compaesani (che la vedevano comunque come l’X su cui sparlare o anche solo come “la strana” o quella che non capivano), con tutto che loro però la salutavano e non la odiavano, tutto sommato. Mentre lei, che vuol vivere di avventure, che non è come la gente del paese, si emarginava da sola, credendosi superiore. Lo trovo un punto di vista altrettanto valido. Essendo stata da piccina emarginata, criticata e presa in giro dal paese in cui ho vissuto, io non lo avevo interpretata a questa maniera perché facevo più riferimento al “non c’è nessuno ahimè che capisca il perché”, quindi la vedevo più come una ragazza molto sola, proprio come me, quindi non l’avrò notato.

Questa Belle è una Belle che sa fare tutto, e tutti la lodano perché è forte, è coraggiosa, è capace a far tutto. Non si sconforta mai, è sempre positiva, ed è così irrealistico. Vedere lei con la passione della meccanica al posto di Maurice non l’ho sopportato. Sembra lei l’inventrice e non il padre. Va bene che Belle è intelligente, e che ha potuto ereditare l’inventiva dal padre, però questo è troppo. Avrebbe avuto più senso creare il prototipo della lavatrice con Maurice, secondo me.

Nel film di animazione c’è la scena in cui la Bestia le dice che cenerà con lui e subito dopo Belle scoppia a piangere. Piangeva anche prima, quando aveva salutato Maurice. Quelle lacrime indicano una debolezza, ma è credibile: si può essere forti anche se si cade nello sconforto, se si piange, se si soffre. Fa parte della natura umana ed è giusto così. La nuova Belle la trovo un modello improponibile di donna non perché moderna, ma perché irraggiungibile. E non se ne sentiva il bisogno.

Gaston. Argh. Gaston, o meglio, Luke Evans, mi è piaciuto. Ha espressione al di là di essere un (soggettivamente parlando) bell’uomo. Nasce da Broadway poi e si vede, sa come tenere la scena. È Gaston il personaggio a non essermi piaciuto. Ci viene detto che è un analfabeta, non sa né leggere e né scrivere: perché dice allora che apprezza una donna intelligente? Perché? Ricordiamo che lui è quello che dice “ma come fai a leggerlo? Non ci sono figure”, “Lascia perdere i libri e dedicati a me”. E adesso vuole sposare Belle perché non si umilia come le altre… eh? Lui voleva Belle perché era la più bella del paese, lui, che era il simbolo dell’ignoranza, di quell’ignoranza negativa che conduce alla paura di ciò che non si conosce ‒ la Bestia ‒ e che porta poi alla follia distruttiva ‒ il voler uccidere la Bestia ‒ e tutto questo sparisce. Perché?

Il fatto che non abbia denigrato Maurice quando dice di aver visto una bestia in un castello, dicendogli poi, camminando verso il castello, che voleva aiutarlo solo per sposare la figlia attentando subito dopo alla vita del vecchio (perché rifiuta) lasciandolo in pasto ai lupi lo rende sì cattivo, ma lo rende anche furbo, almeno in parte, perché poi il suo gesto non aggiunge nulla alla trama in modo significativo. E quindi?

Si è cercato di dargli maggior caratterizzazione facendogli dire cose in più e dando anche un background aggiuntivo ‒ quando dice che è andato in guerra e ora vuole metter su famiglia ‒ ma sebbene sia un ragionamento che per me detto così non sta in piedi, ovvero avrebbe bisogno di ulteriore approfondimento per esser credibile, ci hanno sempre dato un Gaston molto sempliciotto e buzzurro, “troppa profondità” ‒ quella supposta, che si voleva dare ‒ stona.

Le dinamiche tra i protagonisti. Mi sono sembrati più amici che non amanti, e la chimica tra loro non l’ho percepita, anche perché alcune cose che ho sempre visto importanti (per esempio le lacrime di Belle quando la bestia le mostra il castello e che lui nota, sentendosi a disagio, oppure la carezza di Belle quando va da Maurice che sta male) e che avrebbero dato quel qualcosa in più al loro rapporto e a loro come personaggi dal ruolo centrale. Anche durante la scena del ballo non trovo la naturalezza e la complicità che c’era nel film animato, che qui invece sembra più una coreografia di Ballando con le stelle, che però non ha calore, come anche non ha calore la scena in terrazza. Quanto ho sofferto.

Le aggiunte utilizzate male. La bestia ha un libro che permette di viaggiare, ma viene usato solo una volta. Non lo si poteva usare anche quando Belle vede Maurice in pericolo? Si poteva, ma non lo hanno fatto. Allora perché inserirlo solo per darci il motivo per cui Maurice e Belle sono andati via da Parigi che non aggiunge nulla alla storia a livello di trama e di crescita dei personaggi? Dico così perché se da un lato Belle capisce perché ora vive nel paesino, dall’altra non ha mai comunque avuto modo di sollevare il dubbio al padre. Se lo avesse fatto avremmo avuto un conflitto tra i due, non necessariamente fatto col litigio, ma la scena del viaggio avrebbe avuto un senso, che qui non ha.

Allo stesso modo non ho apprezzato la figura di Agata, che poteva essere decisiva in alcuni punti, come per esempio quando Gaston zittisce Maurice che lo ha accusato di omicidio (il suo) e minaccia LeTont che sa la verità, ma non parla. Eppure non fa nulla. Lei sapeva, ed è stata zitta. Perché allora è stata messa come personaggio? Mi sarebbe piaciuto vederla almeno che ci diceva il motivo per cui aveva fatto vivere l’incantesimo anche agli altri abitanti del castello che comunque non avevano colpe. Nemmeno questo. #mainagioia

Il politically correct. Gaston che elogia Belle, che la desidera così com’è, assieme alla gente si rende conto che Gaston è un cafone e questo si nota nella scena in cui LeTont paga la gente per elogiarlo. Questa non la trovo proprio una rivisitazione in chiave moderna come nel live action di Cenerentola, questo è politically correct, ovvero un modo di rifuggire alle eventuali accuse di offese verso determinate categorie di persone. Un prodotto di fantasia ha come primo scopo quello di narrare qualcosa, ed eventualmente dare un messaggio, anche grazie a personaggi e azioni negative che, portate sullo schermo (come in questo caso, trattandosi di un film), posson far riflettere. Se non abbiamo la materia su cui riflettere, come si potrà accendere la scintilla della riflessione? Il politically correct appiattisce ogni dubbio, ogni difetto, ogni possibile controversia e ogni spessore che nel cinema solitamente viene dato proprio dall’umanità dei personaggi, mentre la complessità muore.

Parlando del politically correct sulle persone di colore nella Francia del Settecento dico nì, ovvero che essendo una fiaba, quindi non si ha la necessità di essere storicamente accurati, ci può stare a mio avviso, ma dall’altro lato avrebbe avuto più senso se il contesto spazio-temporale fosse stato un luogo fantastico direttamente. A tal proposito, sentir dire Gaston che dice non so cosa significa dopo il je ne sais pas di LeTont è imbarazzante per questo: sei in Francia, sei francese, dovresti saperlo. Non è divertente, né tantomeno realistico se batti più volte il dente sul fatto che la storia è ambientata in Francia.

Motivazioni che anche no. Abbiamo la bestia che “poverino, è così per colpa del padre”. Ahia. C’era bisogno di questa giustificazione che non dice nulla e fa cadere Belle nel dispiacere appena sente quelle parole? No. Questo porta poi al tagliare l’amicizia tra Belle e la Bestia per passare direttamente all’amore. Ogni parte complessa che può essere data dai personaggi umani, con pregi e difetti, che incarnano alcuni lati dell’umanità ‒ non necessariamente positivi ‒ vengono smussati e appiattiti e tutti siamo più felici. Beh, io non di certo. La storia del passato tragico non contestualizzato ha stancato (tipo quello di Cristiano Grigio). Questa anche rientra tra le aggiunte non necessarie, che avrei apprezzato se avesse portato anche in un abbraccio finale tra il principe e i suoi servitori per riappacificarsi visto che si sentono in colpa per aver permesso questa cosa o per avvicinarsi a Belle che ha perso a sua volta la madre. Qua serve solo per dire “oh, povera stella, allora è per questo che è stronzo”; con la conseguenza che Belle se ne innamora.

Il doppiaggio. La metrica delle canzoni era sballata per adattare meglio le parole al labiale, ma nonostante i cambiamenti il labiale era spesso scollato. Non ho altro da dire.

Passiamo a LeTont. Josh Gad è bravissimo, ha una gestualità che mi piace, è espressivo, l’ho adorato come attore! Lui, con tutto che è una macchietta, una spalla comica del villain, è il personaggio riuscito meglio, anche perché, essendo in carne e ossa, il tratto macchiettistico si perde un pochino. Ho apprezzato la sua crescita e la sua crisi di coscienza. È pur vero che l’ho apprezzata a metà. Perché? Sempre in vista del politically correct e perché mi sorge spontanea una domanda: la crisi di coscienza del personaggio è stata data dal fatto perché è gay? Mi spiego meglio: se fosse rimasto il LeTont che appoggia Gaston fino alla fine si sarebbe urlato al “dà un’immagine negativa dei gay”? Considerando il disagio della gggente è possibile, e non vorrei che fosse stata questa la ragione dei dubbi instillati nel personaggio nella durata del film. Lo sappiamo, esistono persone buone e persone cattive e personaggi buoni e personaggi cattivi, ma questo va sempre al di là da ciò che “sono” come personaggi sociali (non so come definirlo meglio).

Quando si tende a vedere i personaggi come donna, uomo, nero, bianco, omosessuale, etero ecc. si perde ciò c’è alla base: il personaggio a livello globale. I personaggi vengono spersonalizzati, la loro personalità viene meno perché diventano rappresentazioni di comunità.

Il fatto che non sia stato esplicitato chiaramente però nel film mi fa dire: era necessario dare il connotato a questa maniera, dandolo definitivo negli annunci e non nel film in modo esplicito (il ballo finale con un bel giovane non lo è)? Che sia solo il primo passo e non il tentativo “non osato” perché è un film concepito anche e soprattutto per i più piccini? Ai posteri l’ardua sentenza. Una cosa ve la posso dire però: nessun bambino verrà deviato vedendo il film, ve lo posso assicurare.

E qui: abbiamo bisogno dei personaggi che rappresentano delle minoranze? Sì, perché non tutti al mondo abbiamo gli stessi diritti e mostrarli maggiormente nei prodotti che raggiungono tante persone si dà loro più visibilità. È giusto renderli tutti buoni perché devono dare un messaggio positivo? Personalmente il messaggio positivo lo si dà se si rende bene un personaggio con tutti i crismi a livello di caratterizzazione al di là da ciò che rappresentano (che viene proprio dopo) e non solo con la semplice presenza di essi come contentino.

Spero più che altro questa linea di pensiero cambi e che avremo personaggi ben caratterizzati prima e che rappresentano minoranze poi, con la speranza che cambi poi anche il modo di pensare della gente cosicché si smetta di accettare il “diverso” perché non verrà più visto come tale, come è giusto che sia.

In conclusione… Mi sarebbe piaciuto trovare la magia in questo film, almeno tanto quanta nel film di animazione. Ne ho trovata poca, non mi sono sentita coinvolta, non ho sospirato sognante assieme ai personaggi e assieme alla bambina nostalgica che avrei potuto essere e che non sono stata. Non per cinismo, credo, perché altrimenti non mi sarei intenerita con Maurice, o come anche mi è capitato con il live-action di Cenerentola, però sarebbe stato più facile farmi sentire a casa con questo film e non è successo. Quel dommage.

*Citazione come personale tributo al film e a una saga di libri/serie TV; un biscotto a chi indovina.

** I miei preferiti tra i film propriamente Disney sono: Gli Aristogatti, La carica dei 101, La spada nella roccia e Robin Hood.

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Cose che mi danno il nervoso

Con questo titolo annuncio ufficialmente (beh, è da tanto che non scrivevo nulla, quindi un annuncio in pieno stile ci sta, no?) il primo post della rubrica spensierata pour parler, dal titolo molto semplice, ma che tutto sommato trovo adatto.

Benvenuti nel mio salotto!

SALOTTOSTELLA
No, non è il salotto di casa mia, ma mi piacerebbe. Del resto, “pink is pretty” (un biscotto a chi coglie la citazione).

In questi giorni, oltre che in questo periodo in generale, mi sono capitate delle cose alquanto bizzarre, sia nella vita di tutti i giorni sia sui social e, dato che ritengo che la vita virtuale sia una parte comunque reale della nostra vita per intero, tali avvenimenti si sono accumulati e mi hanno dato fastidio tutti assieme. Quando dico che la vita virtuale è una parte comunque reale della vita in toto va da sé che in questo caso parlo di me perché ho scelto di essere me stessa anche sul web, quindi non inventando nulla di sana pianta; le ragioni sono molto semplici:

  1. Non ha senso mentire per me, dire cose che rispondono al falso, anche perché non riuscirei nemmeno a farlo: mi sentirei disonesta dapprima con me stessa e poi con gli altri;
  2. Preferisco incanalare la fantasia che userei nelle bugie in qualcosa di più creativo, magari scrivendo.

Dopo questa premessa, ecco che mi accingo a parlare delle cose che mi fanno salire il nervosismo (o il “nervoso”, per dirlo in modo più colloquiale) oppure davvero arrabbiare.

Ammetto che il tutto si potrebbe risolvere con una parola sola, lagggente, ma non sarebbe specifico, quindi approfondirò il discorso.

Ho buttato giù una lista di venti punti così come mi sono venuti in mente: dieci erano troppo pochi perché, sebbene in questo periodo cerco di essere più serena, quando mi arrabbio non ce n’è per nessuno.

Altrimenti_ci_arrabbiamo
Non potevo non citarli.

Pronti? Via! Un attimo: il titolo è liberamente ispirato al titolo di questa canzone che trovo divertentissima e simpatica.

  1. La gente che fa rumore quando mastica (combo: a bocca aperta): il fastidio derivato da questo gesto è tanto e tale, credetemi. Vi basti pensare che, quando pranzo con i miei genitori e mio fratello, quest’ultimo e mio padre tengono un concerto masticatorio che mi fa venir voglia di ribaltare il tavolo. Non lo faccio perché poi cadrebbe anche il cibo a terra, oltre a loro due, e ho detto tutto;
  2. Chi fa rumori troppo forti quando si soffia il naso: collegato al punto uno, anche questi rumori mi danno molto fastidio. Ammetto però che io non so soffiarmi il naso e non saprei nemmeno fare il suono di una trombetta smorzata e infatti per me soffiarmi il naso è un’impresa;
  3. La gente che parla ininterrottamente durante un viaggio: lo ammetto, quando viaggio tendo a stare quanto più possibile sulle mie sia se viaggio da sola (quando prendo i mezzi) sia se sono in macchina con persone che sono costretta a tollerare o che non sopporto proprio. Tendo a mettere le cuffie e a leggere, e non sopporto che mi si “inviti” a chiacchierare se non ho voglia o di ascoltare il ciarlare alrui su cose che non mi interessano. Non dico di no alle frivolezze, quando viaggio coi miei amici sono pronta alla chiacchiera, ma questo deriva dal fatto che loro sono persone a cui voglio bene e di cui amo la compagnia, con loro ci sono cose di cui parlo volentieri e posso essere me stessa. Se devo sentire “Tizio, il figlio di Caia, ha fatto questo, questo e quello”, io passo, e non mi importa di passare per asociale;
  4. Chi vuole convincere le altre persone a pensarla come loro facendo della sterile polemica: credo che questa sia una delle cose per le quali provo davvero un odio molto forte e penso che ci sarebbe molto da dire, sebbene possa esser abbastanza chiaro in queste poche parole. Ritengo che il confronto, educato e ragionato, sia uno dei motori della società, e cercare un dialogo anche con persone che la pensano in modo diverso dal nostro è bello, perché può arricchire gli interlocutori. Se invece si cerca a tutti i costi di imporre il proprio pensiero allora mi inalbero, perché dapprima non è giusto, poi perché lo trovo davvero maleducato e poi perché se non sai né argomentare in modo civile né desideri solo uno scambio, ma una specie di “indottrinamento”, allora non ha proprio senso cercare il dialogo con questa persona. Ecco, voler portare avanti una discussione solo per contraddire gli altri, senza nessun fondamento logico nel discorso, ma solo per avere ragione mi dà fastidio: questa è l’accezione in negativo della parola polemica, a cui aggiungo il termine sterile. Brutto da dire, ma persone del genere possono parlare solo con una cerchia di persone che la pensano come loro e che quindi confermano e rafforzano quel dato modo di ragionare e che poi magari, quando non sanno come controbattere, alla fine partono col “avrai anche ragione, ma io la penso così”. Sul serio?
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    Non sono persone con cui voglio avere a che fare;
  5. Chi dice di volere il confronto con te sui social, ma dopo averti eliminato dai contatti adducendo anche la scusa “evidentemente non sono la persona con cui puoi interagire”: NO. Mi ricollego a quello che ho detto proprio prima: il confronto è bello, tanto bello. Circondarsi di persone che la pensano come te perché non sai e non vuoi (perché non sai farlo) portare avanti un discorso con chi la pensa in modo diverso e ti fa notare qualcosa in modo educato per me non ha senso. Rimuovermi dai contatti cercando poi di arrampicarsi sugli specchi dicendo tante cose che non hanno fondamento meno che mai. Il disagio, signori miei. Ebbene sì, questa cosa mi è capitata;
  6. Essere svegliata dal telefono che squilla: e poi magari scopri che sono anche i gestori di telefonia a svegliarti, nemmeno una chiamata di qualcuno che conosci. No, non lo sopporto;
  7. La gente che parla alle persone che si sono appena svegliate o che accende la televisione di prima mattina: ammetto candidamente di essere una persona che la mattina al risveglio ha una routine che trova necessaria per far sì che la giornata inizi nel migliore dei modi. Mi serve solo della musica (nelle cuffie, perché non abitando da sola tendo a non disturbare le coinquiline) o il silenzio e preparare la colazione canticchiando, tutto qui. Parlarmi appena sveglia iniziando a dire un fiume di parole (di cui è sicuro che ne ascolterò sì e no mezza) e pretendendo anche che io risponda subito a tanto ciarlare mi fa solo dire “non ce la posso fare”. Davvero, abbiate pietà.  Va bene essere pimpanti e pieni di energie sin da subito, appena alzati, non è una cosa che condanno, ma rivolgermi la parola a macchinetta così non permette a me di stare bene, col risultato che il malumore salga prepotente e per una buona parte della mattinata. Idem se si accende la televisione. Mi dà molto fastidio sentire la televisione appena alzata, specie se è a volume alto; sia a casa dai miei sia con le coinquiline avrò detto mille volte che basterebbe dirmi “posso accendere la televisione?” di modo che andrei anche in camera per non sentirla, ma no, la accendono comunque. E questa è una mancanza di rispetto, ma litigare non porta comunque a nulla, col risultato che sto mettendo da parte i soldi per andare a vivere da sola;
  8. Gli ex che ritornano: nella mia vita sono stata abbastanza sfortunata sentimentalmente parlando e non ho capito perché, dopo avermi tradita e aver scelto qualcuno che millantavano di amare davvero (con tanto di fidanzamento ufficiale, con l’altra persona ovviamente, non con me), fossero tornati. In verità la risposta è questa: torniamo da quella scema che ci trattava bene e con rispetto nell’attesa di trovare un’altra per poi scaricarla daccapo, tanto è sicuro che ci tiene. Postilla più scurrile: intanto che troviamo un’altra andiamo a infilarlo nel “buco sicuro”. Esser stata trattata come un oggetto è forse la cosa che mi ha fatto più male di tutte, al di là del tradimento (che non concepisco proprio). A differenza delle protagoniste di quelle storie romantiche da quattro soldi, io ho capito che la minestra riscaldata non solo fa schifo, ma soprattutto che persone del genere non dovevano mai più avvicinarsi a me e provare a farmi ancora del male. Fatto sta che le persone che si comportano così le detesto nel profondo;
  9. La gente che ha pretese immotivate: voglio essere molto sincera, con me il rispetto si guadagna. Di base sono una persona che rispetta chiunque, anche gli sconosciuti, ma è anche vero che pretendo rispetto anche dagli sconosciuti. Se per esempio sono su un autobus urbano e vedo una persona anziana, essendo di mio una persona (credo) gentile e che vuol bene al prossimo, cedo volentieri il mio posto a sedere, sempre che io non sia stanca (come quando vado a comprare cose al supermercato più fornito e ho delle bustone da trasportare fino alla fermata oppure quando la mattina vado in ospedale per farmi dei prelievi e non faccio logicamente colazione); se però mi si dice “alzati, fammi sedere” con tono duro e pretenzioso oltre che cattivo, io quelle parole te le faccio mangiare a suon di calci… metaforici, ovviamente. Pretendere qualcosa solo perché ti aspetti che la gente faccia qualcosa per te perché fai parte di quelle “categorie” di persone che si impara a rispettare e a trattare con gentilezza fa di te la prima persona che non rispetta il prossimo, quindi il mio rispetto di base riservato anche a te, persona sconosciuta, viene meno;
  10. Chi non capisce che non si è obbligati a trovare tutto divertente o ciò che reputano gli altri divertente: personalmente sono una persona molto autoironica (anche e soprattutto sul mio aspetto fisico), che ha imparato a non prendersi molto sul serio che ama ridere e fare battute su qualsiasi cosa. Che siano battute intelligenti, con rimandi, demenziali, spicciole e con allusioni sessuali io rido. Adoro anche il black humour (non mi addentro in questo contesto su quello che reputo black humour, magari in un’altra occasione volentieri). Chi mi conosce però sa che è difficile farmi ridere; può sembrare un paradosso, ma non lo è.
    Ci sono però persone che criticano chi non ride alle loro battute e non capisce il loro umorismo. La cosa è abbastanza semplice: se si fanno battute che non si trovano divertenti non puoi costringere le persone a ridere per forza. Ognuno di noi ha una visione della vita differente che porta a fare ironia su alcune cose mentre su altre se ne fa meno o per nulla: è una cosa normalissima e molto umana, a mio avviso. Quello che non tollero è criticare il senso dell’umorismo altrui dicendo “ma ridi” se la cosa non fa ridere al singolo a cui vuoi imporre la risata, non si è dissimili dalle persone di cui parlo nel punto quattro, perché vuoi spingere qualcuno a pensarla come te se vuoi che ridano di X cosa che a te fa ridere e loro no.
    Preciso che in questo non caso non parlo di quelle battute che vengono spacciate per umoristiche laddove sono offese gratuite e stupide (come per esempio molte battute sessiste che non fanno ridere visto che non hanno lo scopo di suscitare il riso), ma dell’atteggiamento “bisogna ridere di tutto nella vita perché la vita è già pesante di suo”. Non è così, e non è giusto mettere l’etichetta di persona non mentalmente elastica se non si riesce o non si vuole ridere di tutto;
  11. Il bodyshaming: che sia rivolto alle donne, che sia rivolto agli uomini, alle persone in sovrappeso, alle persone in sottopeso, a chiunque, è una cosa che fa schifo. E, lo dico e non lo nego, fanno schifo anche le persone che si permettono a disprezzare gli altri basandosi sul loro corpo. Attenzione, non sto dicendo che debba piacere chiunque a ognuno, ma dire cose del tipo “mangia un poco di più, sei così magro!”, “le ossa diamole ai cani!”, “che balena spiaggiata!”, “ma non vedi come sei? Vai da un medico!” è sbagliato oltre che da stronzi. Le ragioni sono molto semplici e provo a fare un elenco.
    a) La gente a casa ha uno specchio. Sembrerà strano, ma in tutte le case c’è almeno uno specchio, non c’è bisogno che diciate agli altri come sono. Lo sanno benissimo, lo sappiamo benissimo.
    b) Dire a qualcuno qualcosa sulle proprie condizioni di peso non servirà mica e soprattutto basterà per fare intraprendere a queste persone un percorso per stare meglio. Il percorso di ognuno, a parte esser personale e calibrato sul singolo, deve necessariamente partire dalla persona stessa; a nulla servono le parole degli altri se non è la persona a voler far qualcosa per star meglio.
    c) Anche se la si mette sul discorso “io parlo per la tua salute!” a parte ricollegarsi ai punti precedenti, c’è da dire che se così fosse al massimo si userebbero parole più gentili e non un “che schifo” (che nella maggior parte dei casi viene anche detto oltre che pensato), ma nemmeno con toni più pacati è da dire. Questo perché non siete medici, e se lo siete non siete autorizzati a dirlo a qualcuno per strada o su un social. Nel caso in cui questa persona con problemi di peso venga nel vostro studio a visita e avesse segni e sintomi ascrivibili alla propria condizione fisica allora e solo allora potreste dirlo. Certo, anche in quest’occasione ci si collega al primo punto, ma qui siete autorizzati a dirlo, perché la persona è venuta da voi, medici e non persona che passa per strada, rivolgendosi a voi come professionista. Il fatto che poi si debba esser sempre e comunque educati dovrebbe esser scontato, ma lo dico comunque;
  12. La gente che quando salta la barricata inizia a disprezzare le persone della “categoria” di cui faceva precendentemente parte: questo punto si collega a quello precedente se parto riferendomi alla mia esperienza personale. Ho sempre avuto problemi di e col peso. Ho perso molti chili, alcuni li ho ripresi e in questo momento della mia vita sto facendo controlli su controlli perché non sono pienamente in salute. Sono seguita da una dietologa e ho con lei un rapporto di amicizia; mi aveva detto, a inizio percorso una cosa che mi ha molto colpita: adesso che stai dimagrendo non diventare una persona che disprezza i “ciccioni” (ha usato la parola tra virgolette per sottolineare il disprezzo). Lì per lì ho pensato stesse esagerando dicendomi che le persone che dimagriscono, una volta magre, tendono a offendere chi è sovrappeso/obeso. Per come sono io non mi sognerei mai di fare una cosa del genere, perché non tollero le offese in alcun modo, né a farle né a riceverle e, avendo subito bullismo sia nel quotidiano (anche per il mio aspetto) sia online, so bene quanto faccia male. Invece ho scoperto che esistono davvero persone che, una volta magre, vedono quelle grasse e le ricoprono di insulti. Non so se ci sono rimasta più per la cosa in sé, per il fatto che non lo avrei mai creduto possibile, oppure perché non mi aspettavo che il mondo fosse così tanto cattivo. Fatto sta che ci rimasi di sale. Posso dire che quando leggo certe cose come “ma quanto mi fanno schifo queste persone” quando chi lo dice poco prima rientrava nel novero delle “persone schifose” (tra virgolette perché non lo penso io, ma è opinione diffusissima) mi sento male e mi arrabbio. La rabbia mi viene poi perché vengono sbandierati i propri progressi schiacciando gli altri. Anche qui vale il discorso fatto nella postilla b del punto di prima: il percorso di ognuno è personale. Mortificando e schifando le altre persone non le si aiuta e sicuramente non siete belle persone. Quando poi vengono fatte le supposizioni del tipo “non fa abbastanza”/”è una persona pigra”/”fa solo la vittima”/inserite altro lì poi è la fiera dei cliché che alla fine ricevono da me sempre la stessa risposta (perché, vi stupite che io risponda a questa gente? Forse sono più paladina di quanto non voglio ammettere): non siete la persona che state ridicolizzando, non sapete cosa passa per davvero nella testa della persona (anche se la conoscete di persona), e anche se le vostre supposizioni fossero giuste, non è comunque affar vostro perché non è che così la persona si “dà una mossa”, grazie alle parole cattive;
  13. Chi dice per prima “non giudicate gli altri”, ma dà giudizi sulla vita altrui con tanto di supposta autorizzazione a farlo: questa è una cosa per me molto ridicola, lo ammetto. Il messaggio di non fare agli altri quello che non vorresti esser fatto a te viene interpretato portando l’acqua al proprio mulino. Tu, persona generica, non devi essere giudicata, ma sempre tu puoi farlo sugli altri. La senti l’incoerenza di fondo? Per avere rispetto bisogna prima darlo, e quando ti si fa notare la palese pisciata fuori dal vaso (immagine molto evocativa, mi rendo conto) non è bello pestare i piedi come i bambini o fare le vittime: hai detto quelle cose, le parole hanno un peso, assumiti la responsabilità delle tue parole, abbi il coraggio di dire che hai sbagliato e rimedia, se puoi;
  14. Le frecciatine: sarà che ho una certa età (?) e sarà anche che sono una persona molto diretta, ma odio le frecciatine. Le odio anche da spettatrice ovvero quando non sono rivolte a me. Le trovo infantili e irritanti: perché non dire ciò che si pensa, anche se porterebbe a una discussione (eventualmente pure pesante), ma in faccia? Se si ha la forza e l’onestà intellettuale da dire una cosa in una frecciatina, perché non averne un poco di più per rivolgersi al diretto interessato, che spesso ci arriva pure. Mi sanno tanto da poracciata, non ne capisco il senso;

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    Mio marito ha parlato.
  15. Le shipwar: altra cosa che per me non hanno senso. Se non ti piace una ship perché devi attaccare i personaggi e soprattutto la gente che shippa la data coppia? Non basta girarsi dall’altro lato e passare avanti se si vedono prodotti (fanart, fanfiction, video fanmade) o anche scene, gif, no? Troppo dispendio di energia? Mah, trovo che sia più dispendioso accapigliarsi per questo, con crudeltà e cattiveria;
  16. La gente che tende ad apprezzare i personaggi in base al loro orientamento sessuale e basta: questa è una cosa che non ho mai capito, in tutt’onestà. Posso capire la preferenza per un tipo di ship, anche io ne ho una, ci mancherebbe, ma amare dei personaggi per partito preso, solo perché sono uomini omosessuali (nei fandom mi pare che sia questa la preferenza) e basta, senza considerare altro del personaggio, lo trovo riduttivo, oltre che un modo per spersonalizzare il personaggio. L’orientamento sessuale di un personaggio non è che lo rende necessariamente più interessante di altri e non è la cosa più importante del personaggio stesso. Si tratta di una caratteristica, tra le tante che rendono il personaggio così com’è, ma non è che sia l’elemento principale che lo rende tale. E quello che fanno, quello che dicono, come si pone nei confronti degli altri? Per capirci: la sua caratterizzazione mica si ferma all’orientamento sessuale. L’orientamento sessuale non definisce noi per intero come persone, figurarsi i personaggi. So bene che, al giorno d’oggi, visto che attualmente non abbiamo ancora tutti gli stessi diritti davanti la legge e al mondo, c’è bisogno di personaggi che ci permettono di rappresentare tutti, con la speranza che in un futuro prossimo questo non costituisca elemento di novità e che sia la prassi, ma ridurre i personaggi solo a cosa apprezzano sessualmente e nel caso anche sentimentalmente parlando non penso sia corretto nei confronti dei personaggi stessi;
  17. Chi dice che se non ti è piaciuto X allora sei una persona arida, non capisci niente oppure sei altro detto con parole ben peggiori: spesso le mie opinioni su questo o quello sono impopolari e mi è capitato di sentirmi dire la famosa frase “non capisci un cazzo”. Ho perso il conto di quante volte mi è stato detto e no, non è così. Non mi dilungherò sulla questione e se vi va di sapere come mi approccio alle opere vi lascio il link al post in cui ne ho parlato e vi lascio anche i due link ai post sulla soggettività e l’oggettività (questo è il secondo);
  18. La gente che si crede sempre “holier than you” e condannano le tue abitudini e preferenze: anni fa (ma credo ancora adesso) esisteva la faida tra persone che vanno in discoteca e persone che restano a casa a leggere. In poche parole la seconda categoria di persone si credeva migliore delle persone della prima perché per loro leggere è un’attività “superiore”, con la conseguenza che loro sono superiori agli altri perché leggono, stanno a casa, non escono e vanno in locali “frivoli”, così come l’attività di ballare in discoteca come anche il solo andarci. Ho sempre ritenuto che leggere aprisse la mente, allontanasse i pregiudizi, aiutasse le persone a essere più consapevoli delle cose e del mondo circostante. Contestualizzare le letture porta a riflettere, a crescere. Questo credersi migliori degli altri “gne gne gne” solo perché si legge non ce lo insegna la lettura, ma è un messaggio che ritengo sia passato da quando le statistiche affermano che si legge di meno e quindi la lettura viene vista come un qualcosa di raro, mitico, leggendario, e far parte di questa “minoranza” illude di esser in qualche modo “speciali”. Sbagliato. Il modo di vivere di una persona e come decide di spendere il proprio tempo libero non rende la persona A migliore della persona B: siamo tutti uguali;
  19. Dire che si è invidiosi di questo o quel personaggio dello spettacolo se diciamo che lo troviamo brutto: si chiamano gusti personali. Non possiamo piacere a tutti (e nemmeno dovremmo sforzarci di farlo, a mio avviso), è una cosa assolutamente impossibile, e siccome un giudizio estetico, che si limiti solo all’aspetto esteriore e non vada a offendere la persona, non ha mai fatto male a nessuno, ci sta dirlo. Si tratta di una chiacchiera come un’altra e muore lì. Il tutto sta nel modo in cui si dice, non vediamo l’invidia delle persone se dicono che X personaggio lo trovano brutto, suvvia, è una cosa che a una certa diventa anche noiosa;
  20. Questa sarà una sorpresa, mi sono resa conto che meriterebbe uno spazio a parte!

Ho blaterato abbastanza, mi sa. E questa era la prima puntata (?) del mio programma (?) chiacchiericcio. Sentitevi liberissimi di dirmi le vostre cose odiate, senza problemi; alla prossima!

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Guarda un po’ chi si rivede!

Sono tornata. Almeno per ora.

Avevo detto che mi serviva un po’ di tempo per ricaricare le pile e diciamo che va un pochino meglio. Prendere le cose con più leggerezza mi sta facendo bene e mi permette di essere tutto sommato a tratti serena, il che è già un ottimo miglioramento.

Voglio rifare un piccolo riassunto delle rubriche che ho aperto, di quelle che ho ideato (ma non ancora attuato) e vorrei parlarvi di una piccola idea molto semplice.

In ordine alfabetico abbiamo:

  • De + ablativo: la rubrica delle mie opinioni con i post che cominciano col famoso Di all’inizio del titolo. Anche in questo caso gli argomenti possono essere più disparati, con un occhio critico su ciò che voglio trattare;
  • Donne che odiano le donne: riprendendo il titolo del romanzo di Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne, in questa rubrica vorrei evidenziare le grandi incongruenze delle donne che non hanno capito che cosa voglia dire femminismo e che si proclamano femministe… anche se non hanno capito per nulla cosa questo voglia dire. Non è perché io sia chissà chi e lo abbia capito e le altre persone no, sia chiaro, ma è indubbio che circola molta disinfomazione su cosa sia il femminismo, su cosa faccia riferimento, perché esiste… è così, purtroppo, ma si può provare a cambiare le cose. Allo stesso modo sottolineerò le cattiverie dette dalle donne sulle altre donne, perché mi sono ritrovata a constatare che spesso il peggior nemico di una donna sono le altre donne. So bene che quest’ultima frase è un luogo comune, ma un luogo comune, perché tale, si basa sempre su un fondo di “verità statistica”, da intendere come casi numerici: se avviene tot volte il dato avvenimento e il tot è ripetuto nel tempo si dà modo allo stereotipo di essere sempre più alimentato. Mi piacerebbe parlarvi di come e perché nasce uno stereotipo, chissà che non lo faccia al più presto;
  • Fenice Fangirl, ovvero una rubrica più leggera in cui parlo di fangirleggiamenti veri e propri, mantenendo un tono tranquillo o delirante a seconda di quello che ho da dire, comprese le mie adorate liste top e flop. Qui lascerò che sia proprio il mio essere fan di questo o quello a parlare;
  • Fenice Scatenata, la rubrica delle unpopular opinion, ovviamente motivate;
  • Occhio SISMico: il progetto più ambizioso di tutti, nonché quello che mi sta più a cuore. Voglio parlare di una realtà a me vicina e che, da quando ne sono diventata membro, mi ha davvero cambiato la vita in meglio. Si tratta del SISM, ossia il Segretariato Italiano degli Studenti in Medicina, un’associazione per e con gli studenti. Si fa molta educazione (teorica e pratica), sensibilizzazione e campagne di informazione, estendendo dei messaggi quanto più possibile, non solo a chi studia medicina, ma proprio a tutta la popolazione perché molte sono le realtà di cui si sa poco e in cui dilaga una grande ignoranza che non ci permette di essere delle persone migliori. Se l’anno scorso sono stata redattrice dell’area SCORA (qui potete trovare il post in cui vi parlo in breve e in modo generale del SISM e delle sue aree) del giornale Zona SISMica, adesso mi sono imbarcata per essere caporedattrice, lo sono diventata, e spero possano esserci tanti scambi positivi e nuova linfa vitale per l’informazione.
  • Rubrica delle recensioni, la prima con cui ho iniziato. Possono essere riguardo qualsiasi cosa.

Quindi, in sostanza… c’è molta carne al fuoco, ma vorrei provare a tenere la cadenza di un post a settimana; la rubrica che di volta in volta tratterei sarebbe diversa, anche a seconda di quello che ho da dire. Per molti un post a settimana potrebbe essere anche poco, ma per me, anche per ricominciare potrebbe essere il giusto compromesso.

Tra le rubriche in progetto, ma che non ho ancora concretizzato, se non col preambolo, è Tutto Roth: una rubrica monografica sul mio scrittore preferito, Philip Roth. Un percorso in cui parlo di ogni suo libro, contestualizzandolo, e lasciando emergere sia oggettività sia soggettività. Vi lascio il Preludio così, se può interessarvi. Conto di rendere viva anche questa rubrica quanto prima e magari fare, che so, un post al mese sempre X giorno del mese.

L’ultima idea è quella di una rubrica, a cadenza regolare, molto leggera e frivola, una rubrica “chiacchiericcia” in cui parlare di cose molto semplici, di tutti i giorni, pour parler: ho scoperto che chiacchierare di qualsiasi cosa, mantenendo un tono colloquiale e quotidiano mi fa molto bene e vorrei provare a fare questa esperienza anche sul blog. Questo potrò farlo al meglio se mi venissero poste delle domande, anche di opinioni come di semplici curiosità, a cui poi risponderei volta per volta. Non ho ancora trovato un nome alla rubrica, quindi sono aperta a ogni suggerimento possibile. E qui vi chiedo se la cosa può farvi piacere oltre a, eventualmente, pormi le domande, sempre che vi vada.

Alla prossima! ^^

I miei propositi per il 2017. Meta-pensiero #03

Buoni propositi. Bella roba. Due parole che dicono tanto, forse troppo, due parole che spesso mettono ansia anche solo a pensarle.

Quando si parla dei buoni propositi per l’anno nuovo alle volte si dicono tante cose e, a cavallo tra i sogni e qualcosa di letteralmente irrealizzabile, spesso si arriva a rendere concreto poco quanto nulla di cui si era programmato.

Vale la pena, dunque, fare dei buoni propositi?

La risposta è, come tante cose a questo mondo, soggettiva e relativa. Dipende dal singolo, da quanto si dà importanza alle proprie parole e alla voglia – se presente – di renderle poi fatti, gesti tangibili.

Per me è importante, se non altro perché sento di essere arrivata a un punto della mia vita in cui non ho più spazio per i “vorrei”, ma soltanto per i “voglio”, e ho deciso di mettere nero su bianco i miei desideri – fattibili, almeno credo – e di impegnarmi quanto più possibile per realizzarli. Non che i “vorrei” spariscono da un giorno all’altro, ci mancherebbe, ma quando mi ritaglio del tempo per me e per le mie riflessioni – non a caso anche questo è un meta-pensiero – sento di conoscermi un po’ di più rispetto a degli istanti prima, e ammetto a voce alta di volere certezze, di costruire qualcosa, in qualsiasi ambito che io reputo importante.

E, non lo nego, sono una persona che vuole tenere sotto controllo quanto più possibile – faccenda da INTJ, mi dicono, secondo la personalità da Myers-Briggs.

Bando alle ciance, i miei propositi per quest’anno sono:

1)    Voglio terminare quest’anno i miei progetti da fanwriter già iniziati sia come storie postate sia come file nella mia cartella “Da completare”. Se non tutti, almeno la maggior parte, perché ho deciso di smetterla col fanwriting o, per meglio dire, dilettarmici di tanto in tanto in maniera molto sporadica a partire dal prossimo anno, senza troppi grilli per la testa. Il fanwriting è sempre stato un divertimento e una passione, ma non slegati da un certo impegno, e se vedo che il mio impegno non è apprezzato, tanto vale dedicarmi a qualcos’altro. A tal proposito ho iniziato a mettere nella mia biscottiera di BB-8 qualsiasi altra idea fandomica che mi viene in mente sotto forma di foglietto in cui raccolgo le idee che mi sono frullate; le tengo lontane da me – non senza appuntarle – perché sono fermamente intenzionata a non scrivere altro “di nuovo”;

2)    Voglio stare meno sui social network. Sebbene i quarantenni abbiano ragione sulla faccenda “pulizia contatti”, alle volte essa non basta perché persone con cui ti trovi anche bene a parlare hanno certe uscite che ti fanno cadere le braccia e arriva la cocente delusione, unita a una gastrite e a un malessere – almeno per me – non indifferente. Visto che spesso mi sento un’outsider anche lì sopra dato che se dico qualcosa o mi si dice che non capisco un cazzo oppure mi si mangia preferisco limitare quanto più possibile la mia presenza. È il mio benessere che conta, il resto viene immediatamente dopo;

3)    Voglio capire cosa fare con i blog e le recensioni. Anche qui, come per il fanwriting, data la demotivazione nata dal “ma chi me lo fa fare?”, mi do quest’anno di tempo per vedere se smettere del tutto di aggiornarli e smettere con le recensioni qui sopra, di modo che possa impiegare il tempo in qualcosa di più costruttivo. Ammettere un fallimento farebbe male, ma esserne consapevole mi farebbe stare meglio con me stessa perché sarei pronta a ricominciare;

4)    Voglio regalarmi più tempo in compagnia delle persone che amo;

5)    Voglio stare meglio, parlando della mia salute fisica, quindi ce la metterò tutta per perdere i chili che mi mancano per arrivare al mio peso forma, non dimenticando di fare controlli (questo mi risulta facile, sto molto attenta alla mia salute e faccio la mediconzola di me stessa);

6)    Voglio costruire qualcosa sentimentalmente parlando secondo il mio modo di vivere una relazione;

7)    Voglio leggere tanto e vedere più film al cinema (non sarebbe mancato un punto al riguardo). Per questo punto proverò per la prima volta in vita mia a fare una reading challenge, sperando di non abbandonarla prima perché potrei vederla come un’imposizione.

Sette punti, sette buoni propositi; vediamo quanti riuscirò a concretizzarne; se non altro il mio impegno c’è.

Meta-pensiero #02

Arrivano dei momenti in cui si tirano le somme e si inizia a parlare di come sia andato l’anno passato; spesso accade proprio negli ultimi giorni di dicembre. Sono quei momenti in cui definisci le cose belle e le cose brutte che ti sono capitate a livello personale, ma forse è una definizione un po’ riduttiva. Quello che so in questo momento è che sento di dover fare un “bilancio” e di spiegare alcune faccende.

In questo periodo sono pressoché sparita dai blog (le due piattaforme perfettamente uguali anche nel nome) e penso sia corretto dire il perché di questa decisione. Se mi leggete ve ne siete accorti, visto che a parte postare di tanto in tanto qualcosa sulla paginetta Facebook non ho fatto molto altro.

La ragione è molto semplice: sono molto demotivata.

Se la famiglia che ho scelto come tale (i miei amici) mi rende felice e il mio cuore è pieno del loro affetto, a livello personale mi sento insoddisfatta di come vanno le cose qui.

Quando ho aperto il blog mi sentivo entusiasta, carica di idee e soprattutto di energia. Mi sono detta “perché no? Sarà divertente”. Le idee ci sono ancora, ma col tempo sono scemati il mio entusiasmo e la mia energia.

Quando si scrive qualcosa va da sé che lo si fa dapprima per se stessi, perché si ha qualcosa da dire, perché si sente di voler parlare, ma è anche vero che se hai qualcosa da dire vorresti che qualcuno ti ascoltasse, che si interagisse, che si parlasse su quanto hai affermato… Non nascondo – e mai l’ho fatto – di amare i dialoghi nati dalle osservazioni più disparate, perché possono portare a degli scambi tutto sommato interessanti.

Certo, nel magico mondo del web è molto facile anche incappare nei famosi webeti così definiti da Mentana – ecco, questa parola la voglio inserita nei dizionari! – però esistono anche le teste pensanti, fortunatamente, quindi non tutte le persone sono il male.

Alle volte, però, lo scambio che mi piacerebbe che ci fosse non arriva e qui casca l’asino.

Molti sono i dubbi che mi assillano al riguardo e tutte le domande che mi sono posta non solo non hanno per ora una risposta, ma hanno contribuito al mio malessere visto che può essere frustrante avere dubbi irrisolti e soprattutto non sapere come migliorarsi.

“Non mi so esprimere?”, “Non sono obiettiva e precisa come vorrei essere e dico di essere?”, “Sono noiosa?”, “Non frega a nessuno di quello che voglio dire?”… queste sono alcune delle domande che mi sono posta e che come un picchio battono nei miei pensieri. Sono andata a vedere “Animali fantastici e dove trovarli” e avevo pensato di dire la mia, ma mi sono bloccata, perché tutti i miei dubbi sono riaffiorati prepotenti, non permettendomi di continuare con quello che sarebbe dovuto essere il post del blog e che è invece rimasto come file nella mia cartella “da completare” (e resta tuttora file incompiuto).

Mi si potrebbe ribattere “ma scrivi su Zona SISMica e su Ultima Pagina, perché dici che le cose vanno male?” e la mia risposta sarebbe questa: il blog è il mio progetto personale, casa mia, quindi sono molto legata a esso e mi spiace che io sia così giù di morale al punto da intristirmi solo pensando a esso.

Per questo motivo ho deciso di staccare, perché se qualcosa non mi rende soddisfatta – e al contempo anche felice – non ha senso che io mi disperi e danni.

Perché la mia priorità resta sempre una: il mio benessere fisico e mentale.

Ho trovato conforto nella lettura che mi ha dato una grande mano e va meglio rispetto a prima, in tutta sincerità.

D’altra parte, non sono una rinunciataria, e so che l’impegno e la perseveranza alla fine ripaga di tutti gli sforzi compiuti, ed essendomi fatta delle promesse voglio portarle avanti fino in fondo, cercando di trovare il modo migliore per stare bene dapprima con me stessa e poi con gli altri.

Ciò vale sia per la me fanwriter (per chi non lo sapesse sono anche una fanwriter) che si pone troppe domande destabilizzanti sia per la me che ha deciso di portare avanti questo progetto di recensioni e pareri.

Se sia i miei personaggi sia le mie idee si meritano il meglio di me (grazie alla mia patatina per avermelo ricordato), non devo dimenticare che lo devo dapprima a me stessa.

Quindi mi prenderò il mio tempo e cercherò di essere al meglio di me anche su queste piattaforme. Perché ci sono altre persone che meritano il meglio di me: voi che mi leggete e che non mi avete fatto mancare supporto e sostegno.

Tornerò, statene pur certi. Non so quando di preciso, ma tornerò.

Nel caso in cui dovessi anche trovare un equilibrio per fare qualcosa con delle cadenze regolari non mancherò di avvisare.

Tutto quello che posso chiedere (e mai pretendere) è di aspettarmi, se vi può far piacere.

Intanto io vi saluto e vi mando (con alcuni giorni di anticipo) gli auguri di buone feste.

E, come sempre, grazie di cuore.

“Regina di fiori e radici”: la gioia di una fangirl, classicista mancata, a medicina

Vorrei iniziare parlando un po’ di me, e quando succede vuol dire che una parte di me è ancora in quel libro e ci resterà sempre. Questo libro è diventato uno di quei libri che rileggo quando sono giù di morale, quando sento il bisogno fisico di essere coccolata e abbracciata dalla magia di un mondo che mi ha fatto emozionare.

Nel caso in cui non ve ne freghi una ceppa vi interessi solo del mio sproloquio sul libro, andate dopo l’immagine e troverete quello che cercate.

Mi sono sempre definita una classicista mancata, e infatti frequentare il liceo linguistico non rientrava tra i miei progetti; la mia scelta era sempre stata chiara – così come lo era quello che voglio diventare – e quindi le mie due opzioni erano il liceo classico o il liceo scientifico. Col liceo classico sentivo una particolare affinità perché mio nonno buonanima, l’uomo che mi ha fatto appassionare alla lettura (e che ha scelto il mio nome: viene da una poesia), con tutto che si era dapprima fermato alla quinta elementare, una volta tornato in Italia perché aveva lavorato all’estero, grazie alle scuole serali è arrivato a diplomarsi. Al liceo classico. Essendo la persona per me più importante ed espressione vivente del “se ti metti con impegno raggiungi qualsiasi risultato”, mi sarebbe piaciuto sentirmi più vicina a lui, anche perché lo avevo perduto da poco.

Per una serie di ragioni – tra cui quella di mia madre che diceva “il liceo di quel paese no perché c’è un giro assurdo di delinquenza” – ecco che mi ritrovai al liceo linguistico. Al di là della classe (il motivo per cui ho odiato i tredici anni di scuola al paesino, erano le persone che mi riportavo dietro dalla prima elementare e dalla prima media), mi sono trovata benissimo parlando dei miei studi; ho imparato un’altra lingua oltre a quelle che conoscevo studiandole assieme al nonno e ho potuto viaggiare all’estero praticamente pagandomi solo le spese personali (in qualche ambito la meritocrazia funzionava) e ho visitato posti che mi hanno rubato il cuore. Per il resto, non vedevo l’ora di andarmene per non vedere quelle facce di culo, e va be’.

Questo però non mi ha impedito di amare con tutta me stessa il latino (lo amo tuttora che sono trapiantata in una facoltà che pare non dare spazio a qualsiasi cosa che rechi scritto sulla fronte “arte”), l’epica classica, la mitologia, il teatro… grazie alla prof di italiano e latino mi sono appassionata anche alla letteratura greca perché quando ci spiegava quella latina faceva i rimandi a quella greca. Mio nonno mi aveva fatto amare i miti greci e quello fu l’inizio della fine. La prof mi regalò un libro di miti greci e il Mammut col corpus delle tragedie greche oltre ad alcuni libri di grammatica di greco. Ho imparato qualcosina da sola e devo dire che già capire l’etimologia delle parole a medicina mi sta servendo alla grandissima.

Mi era stato parlato benissimo di questo libro e io che sono una poveretta che fa spese oculate (e che si fa regalare alle feste sempre e solo gift card) ho dovuto aspettare parecchio prima di comprarlo, ma ne è valsa davvero la pena.
Imbarchiamoci dunque su quanto ho da dire, ma per prima cosa vi lascio il link al blog e alla pagina Facebook della scrittrice, se desiderate conoscerla meglio.

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Titolo: Regina di Fiori e Radici
Autore: Laura Mac Lem
Editore: Autopubblicato
Data di Pubblicazione: 2015
Pagine: 264
Formato e Prezzo: ebook €3,99/cartaceo €10,31

Per la trama, questa volta vorrei usare direttamente ciò che abbiamo in quarta di copertina. Qualsiasi altra parola è superflua.

“Quasi nulla di quello che è stato detto riguarda me, nonostante sia la mia storia.
Si è narrato della passione di mio marito, della disperazione di mia madre, della decisione di mio padre. Si è parlato della sofferenza dei mortali e dei riti che da allora vengono compiuti, per far sì che ciò che accadde non debba mai più ripetersi. Si sono narrate storie parallale e storie contrastanti, si ricordano particolari suggestivi, ma di ciò che riguarda me, di ciò che accadde a me, sembra si conosca ben poco.
Eppure è la mia storia.
Non è la storia di Ade, il signore dell’Oltretomba, delle anime dei defunti e di tutto ciò che cresce nel sottosuolo; non è la storia di Demetra, la Madre Terra che errò nel mondo alla ricerca della sua unica figlia, scomparsa nella tenebra di Erebo; e, certamente, non è la storia di Zeus, che permise tutto ciò avvenisse, finché i mortali non gli ricordarono, attraverso la loro mortalità, ciò che doveva fare. In questa storia ci sono anche loro, ma non è la loro storia.
È la mia.
La storia della dea della primavera e regina dell’Averno, contesa tra due mondi, finché la contesa non mi obbligò a compiere la mia scelta.
Quasi nulla si sa di ciò che significò, per tutti. Eppure rese il mondo ciò che è.
Perché io sono regina di fiori e radici.
Io sono Persefone”.

Il consiglio musicale: Respiro Avido dei Folkstone. Sarebbe troppo banale dire che mi è scattato il rimando sentendo il verso “chiedo alla vita troppo/forse la falce risponderà” pensando ad Ade, e infatti non è questo non è il motivo per cui ho pensato a questa canzone.
Tra quelle parole e quelle note si percepisce una gran forza e la canzone mi appare un inno al coraggio, lo stesso coraggio che Persefone ha e che scopre di avere, perché “fuoco divampa dentro lei” (cambiamo il pronome della canzone): lei non resta “ferma ad aspettare un segno”, ma prende in mano la sua vita, con tutta se stessa. “Dentro profonde oscurità, la vera anima”, e noi leggiamo dell’anima di Persefone, ascoltandola davvero.

La recensione: parto col dire che, sebbene la vicenda sia nota, la scrittrice si è presa la libertà di utilizzare e riadattare la mitologia e il mito stesso a suo piacimento. Non lo nega di certo – cosa che ho tanto apprezzato – e io non vi starò a dire variazioni e invenzioni, perché potrei rovinare la sorpresa della lettura, me ne guardo bene dal farlo. Il mito viene ripreso con fedeltà, ma l’ottica è originale e autentica, davvero pregevole.

La me amante della mitologia ha sempre pensato che i miti e le storie che ci vengono tramandate sono stati concepiti e raccolti secondo la mentalità dominante del tempo e la condizione femminile del tempo è abbastanza palese, non ci giriamo intorno. Quello che però mi ero sempre chiesta, parlando del mito di Ade e Persefone – specie facendo il paragone con Zeus, alias mister-non-so-tenerlo-nelle-brache – è che lui non mi era mai sembrato uno “alla Zeus”, che avesse avuto altra donna se non lei. Persefone era la sua regina, la sua sposa, una donna che è sua pari, quindi per me la storia del rapimento con la conseguente versione dei fatti di Persefone intesa come “povera fanciulla ingenua, ti sei fatta rapire e poi passivamente accetti anche i patti degli dei” non ha mai retto. Certo, il gesto del rapimento c’è stato, ma era il resto che non mi era mai quadrato: troppo semplice, troppo scontato e troppo triste per una donna, insomma.
Ade poi regnava con saggezza e non stava a scocciare gli altri nel mondo dei vivi, stando bellamente alla larga da questa o quella scaramuccia dell’Olimpo e sulla terra, quindi qualcos’altro sotto c’era secondo me.

E con Regina di fiori e radici ho gongolato, perché ho trovato quel tanto altro che mi ero spesso immaginata e a cui per tanti anni ho pensato e che non ha deluso le mie aspettative.

Laura Mac Lem ha dato una caratterizzazione del tutto personale a personaggi più e meno noti della mitologia, e questa personalizzazione li rende tanto umani, con pregi e difetti. Le divinità greche per prime avevano connotati umani e in questo libro non puoi non notare quanto siano davvero vivi e tanto simili a noi.

La me fangirl ha saltellato un pochino nel ritrovarmi un Ercole idiota, segno che forse la mia teoria sulla stupidità – che reputo una malattia sia genetica sia multifattoriale e legata all’ambiente circostante – sia davvero valida, dovevo dirlo; anche dopo aver letto Euripide (leggete la tragedia!), mi è rimasta quest’immagine.
Ho tanto amato l’inserimento di Orfeo e di Euridice, uno di quei miti che mi ha sempre commossa.

Rivivere il mito attraverso gli occhi di Persefone è uno dei punti di forza del romanzo, oltre che di originalità. Lei era il personaggio che nel mito non aveva voce, il personaggio che veniva definito come in balia degli eventi decisi da altri, a cui lei acconsentiva senza poter dire la sua.
Qui, invece, la situazione si ribalta: Persefone pensa, parla, agisce, e noi riusciamo a sentirla appieno. La sua voce, per troppo tempo negata, adesso è presente e viva, e resta impressa, come a volerci far capire che per troppi secoli ha taciuto, ma adesso basta: reclama il suo spazio, e noi ascoltiamo la sua versione dei fatti, mentre io dico “finalmente, non aspettavo altro”.

Con gli anni ho perso l’abitudine a leggere libri narrati in prima persona e quei pochi che ho letto in questi anni più recenti mi hanno sempre lasciato l’amaro in bocca perché uno dei rischi della prima persona è quello di dire tante cose che rimandano alle impressioni del protagonista, ricevendo dettagli che non servono, mentre la trama e gli avvenimenti salienti restano non molto definiti, un po’ come se in una stanza buia si vedessero solo alcune lucine che illuminano dei – non tutti – soprammobili, e tu vorresti orientarti nella stanza, per prima cosa.
In questo caso, invece, la prima persona è perfettamente adatta al contesto, ma non solo, non sfocia in piccolezze inutili, restando quindi ancorati alla vicenda, con un linguaggio particolare – descrittivo ed evocativo al contempo con parole scelte con attenzione – che rievoca il mito e rimanda anche alla nostra epoca, regalandoci una Persefone moderna, una vera protagonista, sia della sua vita sia degli avvenimenti narrati.

L’immagine che si ha di Persefone – almeno all’inizio, come se si volesse dapprima mostrare quella che ci è stata tramandata – è quella di una giovane tenera e dolce, simile a una bambolina, mentre sua madre è solida e forte, così come le sue sorelle, più incisive rispetto a lei. Lei è la ragazza con cui si riesce ad andare d’accordo, il cui carattere porta a mitigare quelli più “tosti”. La sua figura mite e placida si sposa bene con i fiori, con la primavera, il cui tepore e la cui dolcezza riescono a scaldare gli animi delle persone.
Ma Persefone non è solo questo, affatto: ridursi a definirla così sarebbe semplicistico, oltre che errato.

Il titolo parla chiaro: Persefone sa che i fiori per vivere hanno bisogno della luce del sole, ma essi esistono anche nel sottosuolo, laddove le radici dimorano e senza di esse nulla può sbocciare.
Persefone sa cosa fare, non è la ragazzina ingenua che crede a tutto e si lascia trasportare dagli eventi come una canna al vento. È una dea, ed è una donna, che reclama ciò che desidera, con coraggio e volontà. È una testa pensante e non si lascia calpestare da nessuno: ci racconta delle scelte che lei ha compiuto, non delle imposizioni che ha dovuto subire. Nessuno decide per lei, né sua madre, né suo padre, né suo marito. Persefone è la donna – ancor prima di essere dea – che chiede che le si venga attribuita la piena consapevolezza delle sue azioni, perché capace di discernere; nessuno pensa mai a chiedere cosa desideri lei o cosa pensi al riguardo di questo o quello, e Persefone non ci sta. Non desidera affatto adeguarsi alle decisioni prese dagli altri, al di là del fatto se si voglia o meno il suo bene. L’amore che si nutre per le persone care non vuol dire che debba renderci dei burattini nelle loro mani; alla fine Persefone dice basta e lo fa con una forza tale che non puoi non esultare per lei e con lei.

In questa storia abbiamo la crescita di Persefone, una donna che prende coscienza di sé, del proprio potere, del proprio posto nel mondo. È la voce di una donna che si ribella alle imposizioni, una donna che non ha paura di dire la sua – e non vedo perché dovrebbe –, una donna che ci racconta la sua storia in prima persona.

Ade è, l’altro personaggio principale e per molti versi appare l’opposto di Persefone, ma anche di tutti gli altri che vedono la dea come una ragazzina, mentre lui la tratta da adulta. Anche lui, come la sua sposa, tende a essere un personaggio – sebbene sia il dio di uno dei tre regni – il cui parere non venga molto preso in considerazione.
Egli è austero, duro, giusto e implacabile, ma per quanto possa esser dipinto come freddo e distante, ama davvero sua moglie, con tutto che l’abbia rapita.

Non abbiamo una sindrome di Stoccolma, cosa per cui ringrazio con tutta me stessa – ho assistito troppe volte alla lettura di “robe” che tentano di far passare per “ammmore” quello che non lo è –, ma qui abbiamo la resa di un rapporto per nulla facile, che si sviluppa col tempo, fatto di gesti, che sono quelli che più contano in una relazione.
Rendere per bene il tutto non sarà stato facile, considerando il fatto che il rapimento c’è stato, ciò nonostante il sentimento ha messo radici sin da prima di quell’avvenimento, e non ringrazierò mai abbastanza la scrittrice per averci regalato una relazione che necessita del suo tempo per evolvere, così come leggiamo dell’evoluzione di Persefone stessa, che si ritrova a vivere in un regno a lei ignoto, in cui almeno all’inizio si sente come un pesce fuor d’acqua, per poi capire bene la situazione e vivere la relazione col suo sposo, non senza mancare di dire la sua.

Questo libro mi ha dato davvero tanto e non è un caso che ne parli ora, alla terza rilettura – in estate tendo sempre a rileggere libri che amo – perché sentivo la necessità di rituffarmi tra queste pagine che tanto mi hanno coinvolta e accompagnata in un momento in cui mi risulta difficile dire che amo leggere, che amo tutto ciò che è classico, perché – almeno in questo mondo che risulta essere per me la facoltà di medicina – se ami leggere vieni visto non come uno sfigato, ma peggio, come una persona di cui farsi beffe perché “leggere non è importante, non serve a niente”.
La storia di Persefone raccontata da Laura Mac Lem è uno dei miei memento che mi permette di ricordare che sono io l’unica persona che può scegliere della e sulla mia vita, in piena libertà e consapevolezza e oggi sentivo di unire la mia voce a quella della dea, che non possiamo far altro che dire grazie alla scrittrice.